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LIBERI A SOMIGLIANZA DI DIO

Dio ci ha dato una prima grande prova di paterno amore creandoci a Sua immagine e somiglianza.  Il dono preziosissimo che da questo fatto ci è venuto è, con l'intelligenza, la libertà. Non confondiamo questa parola col limitato senso che ha nella vita pratica: libertà di esprimere le proprie idee o di scegliere il proprio lavoro. E' qualche cosa di molto più grande: è la libertà di fare il bene o il male. L'animale non ha questa libertà perchè obbedisce fatalmente agli propri istinti. L'uomo, purtroppo, fa spesso lo stesso, ma se vuole, può resistere ed operare non come "ha voglia" ma come "è bene".  
 

Non tutti si rendono conto che senza libertà non c'è vero amore. L'attaccamento del cane al padrone può essere commovente, ma è puramente istintivo, anche se si tratta di istinti raffinati da millenni di convivenza.
Vero amore è quello della creatura intelligente, che si rende conto dei propri sentimenti e mi ama per una libera scelta, in quanto potrebbe anche non amarmi. In questo senso la libertà è la condizione del vero amore ed è perciò un dono cosi prezioso, che Dio la rispetta infinitamente.
Anche se non possiamo attribuire al Suo Divin Cuore sentimenti troppo umani, pensiamo all'infinita amarezza che proviamo quando un nostro figlio si ostina ciecamente su una via che lo conduce alla rovina.  La misericordia di Dio ricorre ad ogni paterno accorgimento per evitare che noi facciamo il male, ma se noi coscientemente e ostinatamente lo vogliamo fare Egli rispetta quella libertà che ci fa simili a Lui.
Il buon padre di famiglia, considerando l'esempio che gli viene dal Padre Celeste, deve dunque proporsi di rispettare al massimo la libertà dei figli, cioè di favorire lo sviluppo della loro personalità, che è come dire delle qualità e attitudini, che in loro sono allo stato potenziale.  Questo è tremendamente difficile.
Difficile anzitutto perchè si rischia sempre di sbagliare in eccesso o in difetto.  E non basta. Ciascuno dei nostri figli ha una diversa personalità, per cui le misure adottate per l'uno non vanno bene per l'altro.
Difficile anche perchè dobbiamo fare i conti con le influenze esterne sul suo carattere: influenze sempre più importanti, di mano in mano che i figli crescono: gli amici, la scuola, le associazioni, la stampa, il cinema, la radio e la televisione e cosi via.
In famiglia il bambino, il ragazzo o il giovane, dell'uno e dell'altro sesso, dovrebbero trovare anche il correttivo a quelle influenze esterne. Sempre nel rispetto di quanto esse possono offrire di positivo, per il libero sviluppo della loro personalità.
I genitori devono sollecitarli a raccontare, a sfogarsi, a criticare: a vuotare il sacco, come si dice, per poi cautamente insinuare qualche osservazione.  
Fare tutto questo senza cadere nella predica, col rischio che i figli si chiudano e tengano per sè le loro impressioni, è un'arte che si apprende solo con eroica pazienza, con vero spirito di sacrificio.
Dio non si stanca mai di sollecitarci delicatamente quando ci allontaniamo da Lui. Potrebbe facilmente piegare il peccatore, colpirlo con la sventura, perchè nell'umiliazione ritrovasse se stesso, ma normalmente non lo fa.  Come ci dovrebbe ammaestrare questa amorosa, paziente attesa che, giudicata dall'esterno, qualche volta ci fa esclamare:
"non capisco perchè le cose vadano sempre bene ai mascalzoni".
A differenza di Dio, noi ci stanchiamo presto.  Negli sfoghi tra genitori non si sente che ripetere: " abbiamo provato in tutti i modi, non c'è stato nulla da fare.  Quando si mettono in testa una cosa ... o sono scenate ... o si chiudono nella difesa del mutismo .. e allora non resta che cedere"
Per fortuna, in realtà, poi, molti di loro non lo faranno mai del tutto.
Se poi passiamo al problema in generale ai casi particolari, le difficoltà si fanno sempre maggiori.
Una coppia di genitori mi ha scritto : "pensi qualche volta anche a quei genitori che si accorgono di aver trascurato un poco in passato i loro figli" . Ebbene dico a questi " Non è mai tardi per cominciare purchè si cominci con generosa volontà".
Ricordate la parabola dei vignaioli: si quella degli operai che ricevevano la stessa paga sia che avessero lavorato tutto il giorno o solo un'ora.  Non entriamo ora nella discussione sulal logica dal misero punto umano.  Consideriamo invece quanto conforto può venirci da quella parabola se, sia pure in ritardo, ci decidiamo a "metterci al lavoro" nel senso di dedicarci più o meglio ai nostri figli.

Ugo Sciascia (1911-1992),
PATERNITA'  DIVINA E PATERNITA' UMANA



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