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LIBERI A SOMIGLIANZA DI DIO
Ugo Sciascia (1911-1992),
PATERNITA'  DIVINA E PATERNITA' UMANA

Sono passati tanti anni dalla nascita del nostro primo bambino eppure ricordiamo chiaramente particolari episodi di allora. Tra l’altro, a noi uomini i neonati appaiono piuttosto bruttini, anche se la mamma si affanna a farcene notare la perfezione dei particolari, ma a qualche mese di età il visetto comincia a mostrare nei lineamenti le prime famose « somiglianze ». Vi sarà capitato, mentre il piccolo dormiva in culla, di fermarvi a guardarlo e a cercare sul suo viso la « vostra impronta ». Era un misto di orgoglio e di commozione quello che provavamo per avergli dato qualcosa di nostro; e si pensava: “Chissà quali aspetti del nostro carattere, quali nostre attitudini avrà ereditato?”
Ci sarà pure una punta di orgoglio in questo, dicevamo, ma essenzialmente è segno di amore voler trasmettere alla persona amata qualcosa di intimamente nostro, di noi stessi, il meglio di noi.
È a questo che dobbiamo pensare leggendo nella Bibbia che Dio ci ha creati « a sua immagine e somiglianza ».


Poiché Egli è puro spirito non cercheremo certo questa somiglianza nei nostri lineamenti, ma nella intelligenza e libertà, perfette in Dio, e che, in certa misura, Egli ha voluto donarci.
Non è facile apprezzare l’immensità di questi doni, ma Egli ha voluto darci molto di più. Padre amoroso ha voluto arricchire l’essenza stessa della nostra anima, con qualche cosa di Se stesso, del proprio Spirito: è quello che i libri santi chiamano la grazia.
Per capire quanto è grande questo dono, pensiamo che tutto il meraviglioso universo che ci circonda è destinato a finire un giorno mentre quel segno di intimità con Dio, continuamente arricchito se non lo respingeremo, ci unirà alla vita intima di Dio stesso, alla felicità indicibile della Sua Trinità, eternamente.
Dio ci ha dato, dicevamo, una prima grande prova di paterno amore, creandoci a Sua immagine e somiglianza. Il dono preziosissimo che da questo fatto ci è venuto è, con l’intelligenza, la libertà. Non confondiamo questa parola col limitato senso che ha nella vita pratica: libertà di esprimere le proprie idee o di scegliere il proprio lavoro. È qualche cosa di molto più grande: è la libertà di fare il bene o il male. L’animale non ha questa libertà perché obbedisce fatalmente ai propri istinti. L’uomo, purtroppo, fa spesso lo stesso, ma, se vuole, può resistere ed operare non come « ha voglia » ma come « è bene ».
Non tutti si rendono conto che senza libertà non c’è vero amore. L’attaccamento del cane al padrone può essere commovente, ma è puramente istintivo, anche se si tratta di istinti raffinati da millenni di convivenza.
Vero amore è quello della creatura intelligente, che si rende conto dei propri sentimenti e mi ama per una libera scelta, in quanto potrebbe anche non amarmi. In questo senso la libertà è la condizione del vero amore ed è perciò un dono così prezioso, che Dio la rispetta infinitamente. Anche se non possiamo attribuire al Suo Divin Cuore sentimenti troppo umani, pensiamo all’infinita amarezza che proviamo quando un nostro figlio si ostina ciecamente su una via che lo conduce alla rovina. La misericordia di Dio ricorre ad ogni paterno accorgimento per evitare che noi facciamo il male, ma se noi coscientemente e ostinatamente lo vogliamo fare Egli rispetta quella libertà che ci fa simili a Lui.
Il buon padre di famiglia, considerando l’esempio che gli viene dal Padre Celeste, deve dunque proporsi di rispettare al massimo la libertà dei figli, cioè di favorire lo sviluppo della loro personalità, che è come dire delle qualità e attitudini, che in loro sono allo stato potenziale. Questo è tremendamente difficile.
Difficile anzitutto perché si rischia sempre di sbagliare in eccesso o in difetto; troppa severità rischia di mortificare i valori positivi, troppa indulgenza rischia di lasciar via libera a quelli negativi.
E non basta. Ciascuno dei nostri figli ha una diversa personalità, per cui le misure adottate per l’uno non vanno bene per l’altro.
Difficile anche perché dobbiamo fare i conti con le influenze esterne sul suo carattere; influenze sempre più importanti, di mano in mano che i figli crescono: gli amici, la scuola, le associazioni, la stampa, il cinema, la radio e la televisione e così via.
In famiglia il bambino, il ragazzo o il giovane, dell’uno o dell’altro sesso, dovrebbero trovare anche il correttivo a quelle influenze esterne. Sempre nel rispetto di quanto esse possono offrire di positivo, per il libero sviluppo della loro personalità. I genitori devono sollecitarli a raccontare, a sfogarsi, a criticare: a vuotare il sacco, come si dice, per poi cautamente insinuare qualche osservazione. Fare tutto questo senza cadere nella predica, col rischio che i figli si chiudano e tengano per sé le loro impressioni, è un’arte che si apprende solo con eroica pazienza, con vero spirito di sacrificio.
Dio non si stanca mai di sollecitarci delicatamente quando ci allontaniamo da Lui. Potrebbe facilmente piegare il peccatore, colpirlo con la sventura, perché nell’umiliazione ritrovasse se stesso, ma normalmente non lo fa. Come ci dovrebbe ammaestrare questa amorosa, paziente attesa che, giudicata dall’esterno, qualche volta ci fa esclamare: « Non capisco perché le cose vadano sempre bene ai mascalzoni ».
A differenza di Dio, noi ci stanchiamo presto.

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